La dipendenza affettiva o relazionale, a differenza delle dipendenze da sostanze, riguarda la relazione interpersonale.
Si riscontra per il 90% nelle donne e si esplicita nella tendenza a riproporre con il proprio partner copioni vissuti con uno o entrambe i genitori, dai quali si è ricercato sempre l’affetto, ma con scarsi risultati.
Nelle future relazioni di attaccamento, pertanto, vi è la tendenza a cercare una sorta di “risarcimento”.

La tendenza è quella di attribuirsi nuovamente, nel rapporto di coppia, un ruolo simile a quello vissuto con i genitori, in modo da poter riprovare a ottenere un cambiamento nelle risposte affettive, pressoché inesistenti, ricevute nella propria vita.

Nella dipendenza affettiva, ci si annulla completamente per l’altro la cui esistenza, presenza e vicinanza diventa essenziale per sentirsi vivi e utili.

L’amore dipendente è ossessivo, non tollera spazi personali, è basato su continue richieste di attenzioni e devozione ed è caratterizzato dalla tendenza a chiudersi alle esperienze esterne per paura del cambiamento, soffocando qualsiasi desiderio o interesse personale in nome di un amore che occupa il primo posto nella propria vita

 

Come dico spesso ai miei pazienti:

“Amare qualcuno non significa reprimere se stessi,
non significa fondersi, al contrario,
significa rispettarsi e imparare a stare con l’altro.
È lì che nasce il noi!
Non dalla fusione ma dall’interazione”

La parte più difficile, come in ogni tipo di dipendenza, è far capire alla persona di avere un problema

La persona con dipendenza affettiva fatica a comprendere di avere un problema perché conserva nella propria memoria un modello di amore fondato sulla dipendenza e sul sacrificio di se stessa che le fanno ritenere “normale” quel tipo di relazione. Talvolta, pur provando un immenso dolore la speranza di un cambiamento impossibile e la nostalgia lacerante di qualcosa che si doveva avere e che non si è avuto, la portano a tollerare all’infinito.

Il cambiamento avviene spesso solo quando la persona raggiunge il fondo, quando sperimenta la disperazione, il vuoto. E’ solo durante questi dolorosi momenti che ci si convince che qualcosa non va e si trova la forza di chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta.

Durante il percorso terapeutico si dovranno inevitabilmente rivedere le prime relazioni di attaccamento sperimentate, aiutando la persona a comprenderne le dinamiche, accompagnandola nell’acquisizione di una propria autonomia affettiva. Questo le permetterà di entrare in relazione con gli altri, sulla base di una scelta consapevole e non perché ha bisogno di loro per sentire di esistere.

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Un saluto
Carlo Ricci

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